19 marzo,  festa del papà. Uhm.

Curiosi di sapere cosa fa il Presidente a tre settimane dall’inizio del forzato isolamento causa coronavirus? YogaFestival ha sospeso tutti gli eventi in programma fino a maggio, già, e non si poteva fare diversamente. Il 21 giugno International Yoga Day speriamo sia salvo, abbiamo un sacco di cose belle in programma, e per il festival di ottobre…c’è più tempo per preoccuparsi.

Personalmente comincio ad abituarmi alla nuova vita. Del resto, lo dicono gli scienziati, il cervello ha bisogno 21 giorni per cominciare ad acquisire una nuova abitudine o per scardinarne una vecchia. Quindi, ci siamo quasi!

La cultura della paura dilaga e la mia mente è continuamente bombardata da immagini, informazioni, emozioni negative, testimonianza da un mondo in stress, sempre in allerta. L’allerta entra in me ma anche nell’inconscio della nostra collettività.

Sento il bisogno di difendermi: non tanto dal virus, dato che l’unica difesa disponibile sta nel nostro sistema immunitario. Quanto dalla paranoia collettiva che fa scomparire il confine tra informazione comprovata e informazione pilotata. Mi sembra urgente assumere il controllo della mia salute e lavorare per rafforzare il mio sistema con i mezzi naturali a disposizione.

Leggo che più dell’80% dei portatori di coronavirus ha sintomi lievi. Se rafforzo correttamente la mia “autodifesa” ce la posso fare.

Mi serve una strategia

La mia strategia di sopravvivenza è semplice: seguire una ROUTINE! Devo creare una routine giornaliera, che abbia lo yoga come punto centrale, ma non solo quello.

La pratica costante porta ad abitudini virtuose e ad una consapevolezza che aiuta a controllare l’ansia; lo “stare” in un terreno conosciuto mi aiuta a sentirmi al sicuro, regala benessere. E “sento” il mio sistema immunitario più sveglio che mai.

Inserisco la “tecnica dei 21 giorni” (la conosci?) nella mia routine: ogni giorno, faccio una cosa nuova che cambia una vecchia abitudine e crea leggerezza. Ogni giorno una cosa come: metto in ordine scontrini e biglietti da visita buttando quelli che non servono; riordino la rubrica del mio cellulare ed elimino i contatti che non servono più; seleziono i prodotti che ho in bagno e che nn uso da secoli; svuoto un cassetto dopo l’altro e seleziono (ma i calzini scompagnati vanno in un mondo parallelo?); il più difficile: passo in rassegna l’armadio e preparo tutto quello che non mi serve in un bel pacco ordinato destinazione Caritas; qualche spunto l’ho trovato QUI

Così, la mia giornata prende un ritmo attivo.

Mi sveglio, preparo una tazza di acqua calda con un limone appena spremuto. Si, un limone e no, non è troppo acido. Lo prendo da anni ed ho sempre la sensazione che il liquido caldo si porti via tutte le tossine, i veleni che posso aver prodotto nel sonno.

Colazione con kefir e frutta fresca, sistemare casa, lavarsi e vestirsi come per uscire.

E finalmente, il mio momento della pratica. Come in un rito, una Messa, stendo il tappetino, accendo un incenso, spengo il telefono: per 60 minuti il mondo può fare a meno di me. In questi giorni ho ripreso pratiche ed esercizi seguiti negli anni e abbandonato per nuovi amori.

Gli “Energization Exercises” di Paramhansa Yogananda li ho praticati (poco) molti anni fa ma mai approfondito. Tuttavia, questi 39 esercizi da fare in sequenza mi accompagnano da giorni e ogni giorno li compenetro di più.

La sequenza fu espressamente creata da Yogananda per portare più energia al corpo, aumentare il Prana e rilasciare le cause di stress nel nostro sistema psicofisico con un susseguirsi di tensione e relax in ogni parte del corpo. Così, ogni mattina pratico e mi sento sveglia e attenta e affronto meglio la paradossale situazione che viviamo…o almeno credo. Il tempo scorre veloce quando sei maestra e allieva insieme. Ma riesco, dopo, ad aggiungere qualche asana scelti tra i miei preferiti (c’è un bel libro su “Gli Esericizi di Ricarica di Yogananda” a cura di Jayadev Jaerschky , edito da Ananda Assisi Ed., che abbiamo anche presentato anni fa a uno dei nostri Festival)

Cucino, per me sola, con molta cura. Una sorta di esercizio zen diventa il taglio della verdura: muovo prana anche quando il coltello affilato affetta le carote. Apparecchio il mio posto coi piatti belli, preparo un the verde per il pranzo. Se è una bella giornata ho il sole in cucina, mi bacia in faccia e scalda e aumenta la mia vitamina D.

Mi impongo un po’ di lavoro e penso “Finirà questa quarantena, no? e farò ancora tante cose per lo yoga, giusto?” Giusto.  Metto musica, molta classica e jazz, le mie favorite per la particolare frequenza (432hz? forse) che calma i miei neuroni.  Cosa leggo? In questo momento sono “drogata” di Bhagavad Gita, Arjuna mi affascina e come farà a cavarsela nell’impiccio in cui è finito? la domanda deve avere risposta e allora leggo.

Qui, inserisco una cosa nuova da fare che crei pulizia e alleggerisca il mio vivere, la “tecnica dei 21 giorni” mi aiuta.

I telegiornali li guardo proprio poco, se ci fosse una tragedia ancora più grande qualcune sicuramente mi avviserà, penso alle parole del Dalai Lama: Se qualcuno cerca un luogo per depositare i suoi rifiuti, fa’ che non sia la tua mente”.

Poi cena, con la medesima attenzione del pranzo ma un po’ più spiccia: la giornata è finita e comincio ad essere stanca. E allora il momento clou della giornata meditazione/concentrazione o yoga nidra e infine… il sonno riparatore.

Non una routine entusiasmante, mi rendo conto, ma adatta a me perché mi aiuta a non lasciare spazio alla suggestione di notizie spesso farlocche da social, fake news, gossip vari e che, causa panico da virus, leggiamo prendendole per  buone e le amplifichiamo sparandole in chat a più non posso, così che le riceviamo di ritorno spesso meno di un’ora dopo che han fatto il giro del mondo due volte!  E scegliamo quelle che van bene per noi, che importa se suonano false come un dollaro di latta sul selciato…noi ci crediamo. La verità è scomoda e spesso fa male.

Per questo, come pesci in barile non “vediamo” la realtà credendo solo a quello che vogliamo. Un meccanismo perverso, da cui non voglio farmi acchiappare.

Non sarò il pesce in barile di questo virus, voglio guardare le cose come stanno, dove vanno e capire cosa fanno. Il pesce non si fa pescare. Per ora.

Buona pratica a tutti.

(disegno di Nadia Safronova)

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