
Certo, ce ne siamo già accorti: in un'epoca di fake news, manipolazioni e contenuti generati da algoritmi la fiducia scarseggia: tutti i giorni un mare di notizie, immagini, video e opinioni in cui è sempre più difficile distinguere il vero dal falso, l'informazione della manipolazione ci travolge. Non stupisce che la fiducia, in questo clima, sia messa in discussione: come possiamo fidarci? per difenderci, restringiamo le fonti, ci apriamo a pochissimi e alziamo muri verso tutto il resto.
La tradizione dello yoga, però, ci viene in aiuto: usa una parola per parlare di fiducia: śraddhā. Non è credulità, non è fede cieca nel guru o nel metodo, né quel patto implicito del nostro tempo (“se funziona, continuo, altrimenti passo oltre”). Śraddhā è una qualità del cuore e della mente che sostiene il cammino quando il mondo fuori è confuso: una fiducia radicata dentro. I maestri la descrivono come "ciò che viene posto nel cuore”: un'energia interiore che ci dà direzione, chiarezza e coraggio di continuare a praticare anche quando non vediamo ancora i risultati. Nasce dall'ascolto - mi fermo a sentire davvero cosa accade in me - e dall'esperienza diretta - verifico nel corpo e nella mente gli effetti della pratica - invece di limitarsi a crederci perché “lo dicono gli altri”.
Śraddhā cresce poi nella continuità: un respiro dopo l'altro, una pratica dopo l'altra, scopriamo che qualcosa in noi diventa più stabile, più lucido, meno reattivo.
All'inizio, ci affidiamo soprattutto al nostro insegnante o alla tradizione; col tempo, la fiducia si sposta verso una bussola interiore, una percezione più chiara di ciò che ci allinea e ciò che ci disperde.
In un'epoca in cui la fiducia esterna è fragile, compressa e spesso sfruttata, coltivare śraddhā significa allenare un'altra possibilità: poterci aprire senza ingenuità, restare sensibili senza farci travolgere, camminare nel rumore del mondo custodendo, dentro, un punto fermo che non dipende dall'ultima notizia o dall'ennesimo allarme. Dipende sempre da noi.